eravamo ad una cinquantina di metri dal cancello d'ingresso della fabbbrica, quella dove saremmo dovuti entrare in azione di lì a poco. Le telecamere erano piazzate su entrambi i lati del cancello, inquadrando gran parte della strada circostante. Il sistema di video sorveglianza, era poi controllato da guardie interne che provvedevano, all'ingresso degli operai in fabbrica, all'individuazione dei chip sottocutanei dei dipendenti. Questi chip in cilicio, ultima trovata delle forze armate americane, erano ormai in uso in quasi tutti gli enti, statali e non, con l'obiettivo mai celato di controllare i propri dipendenti anche lontano dai luoghi di lavoro; io e Domenico chiamavamo quei chip "la scatola nera dell'azienda totale", in quanto forniva una schedatura ed una registrazione non solo dei pensieri ma anche dell'emotività legata alla gerarchia sociale, al prorpio status, al governo ecc. Grazie ad un compagno hacker, il Votarxy, subito dopo averci impiantato questi chip sotto la pelle, riuscimmo a farceli togliere per farci mettere dei chip che trasmettono informazioni false ai nostri controllori. Non sappiamo ancora per quanto tempo questo giochino possa funzionare, ma noi speriamo "il tempo che basti".
Domenico mi scosse con una pacca dal mio intorpidimento pensieroso, indicandomi il cancello. "Allora, si entra in gioco?"
Prendemmo i nostri zaini e parcheggiammo la macchina dietro a degi alberi di un parcheggio poco distante. Il colletto alzato, il cappello ed un fazzoletto sul volto da alzarsi al momento opportuno ci avrebbero garantito l'anonimato. La missione di quella notte era attaccare un enorme manifesto di protesta, di ribellione e rivoluzione ai cancelli, visibile dagli operai che sarebbero usciti tra poco. Dovevamo fargli capire che c'eravamo, che ci siamo, ancora oggi, che stavamo organizzando la ribellione contro l'avvento del nuovo fascismo inaugurato dal nostro major, che aspettava l'esito delle prossime elezioni per sciogliere uno degli ultimi consigli comunali con ancora una apparente democrazia interna. Molto apparente. In tutta l'Isola si sperimentava questa nuova forma autoritaria benedetta dalla chiesa e guidata dagli industriali, dai banchieri e dai capi azienda. Volevano far diventare L'Isola terreno di sperimentazione, per tutte le pratiche di neo schiavismo che altrove venivano chiamate precarietà. L'instaurazione di questo nuovo fascismo venne contestato da dei giovani pacifisti che, travolti da una carica di soldati americani, vennero sottoposti a quello che veniva chiamato "Il raggio del dolore", una nuova diavoleria della Nato utilizzata per disperdere le folle. Il raggio del dolore era un omaggio dell'amministrazione americana all'Isola che più volte in passato si era prodigata di servire la badiera a stelle e strisce. L'unica resistenza era composta da chi, come noi, per necessità si era dato alla lotta clandestina contro i nuovi despoti. Le armi non mi erano mai piaciute, ma sapevo che quella era l'unica via, disperata, che potevamo prendere. Giudicati e condannati come terroristi, alcuni di noi furono rinchiusi in prigioni lager in condizioni disumane, oppure sottoposti ad esperimenti riguardanti la modifica del DNA umano, combinato cn quello animale.
domenico si muoveva con passo sciolto verso destra, allontanandosi sempre più da me che dirigevo i miei passi sulla sinistra, fino a fermarmi dietro un albero che avrebbe consentito di prendere di mira la prima telecamera. Presi la mira cn la mia Beretta calibro9, regalo di parenti ormai arruolati nell'esercito nero. Mentre Domenico era ormai ad una ventina di metri dalla telecamera di sinistra, io iniziai a sparare a quella di destra. Il primo colpo finì alto, ma il secondo centrò l'obiettivo. Il leggero fracasso diede il via a domenico per frantumare la telecamera di sinistra, ormai molto vicina, e diede a me il tempo per entrare in azione: un minuto e trenta secondi, il tempo di intervento della pattuglia più vicina. Srotolai il manifesto, mentre domenico si arrampicava sulle inferriate enormi del cancello: passai il manifesto e lui con gesto fulmineo lo allacciò ai punti pù alti, mentre io lo legavo da sotto. C'erano rimasti 50 secondi, pochi, ma il grosso era ormai fatto; sullo sfondo di una falce e martello enormi, incitavamo gli operai, gli sfruttati e tutti coloro che non sopportavano questo stato di cose a ribellarsi con tutti i mezzi necessari. Il colpo d'occhio era bellissimo e, alle sirene in lontananza della polizia politica, sentivamo le sirene della fabbrica che annunciavano l'uscita degli operai. Tutto sembrava andare per il meglio: adesso bisognava scappare. attraversammo la strada poco illuminata e ci addensammo nel parcheggio alberato dove avevamo lasciato il nostro mezzo. Domenico conosceva il posto e, con manovra furtiva, prese un sentiero che ci fece sbucare sulla statale 113, tra Fontanamorta e Calderona. dopo una quindicina di secondi, iniziammo a ridere e rilassarci con una sigaretta di rito. Distesi il capo sullo schienale, ma l'ultimo tiro mi andò di traverso quando vidi le luci delle sirene avvicinarsi sempre più.

Continua...
